Un paese, una mostra... la loro storia
Vent’anni di Artigianato Vivo a Cison di Valmarino
I primi 10 anni

S’incomincia con il Gazzettino dell’11 agosto 1983:

 

"Cison da oggi i festeggiamenti di ferragosto. Programma: giovedì 11, apertura del chiosco e serata danzante; venerdì 12, sfilata e concerto della Banda musicale di Cison e al termine ballo; sabato 13, Pesca di beneficenza, ballo e gara dell’anguria. Domenica 14, giochi paesani in piazza per adulti e bambini, concerto con la minibanda musicale di Cison e sera ballo. Lunedì 15, 8a marcia del ciclamino per il trofeo "Confezioni Dall’Oglio" e concluderà la grandiosa "Cuccagna" a squadre con ricchi premi in denaro".

Non dev’essere stato tanto diverso il programma del Ferragosto Cisonese negli anni precedenti, come, in fondo, non si discostava molto dalle numerose sagre che animano le estati degli altri paesi veneti. La sagra è in fondo questo, la festa di chi rimane in paese e di chi in paese ritorna da villeggiante, perché ormai ha radicato vita , famiglia e lavoro, altrove.

Una memoria letteraria: scrive Giovanni Ragazzoni in "Un saluto da Cison di Valmarino":

"Fu nel lontano autunno 1951 che approdai a Cison a svolgere il mio lavoro di farmacista. (…) In quegli anni la vita a Cison di Valmarino, come per tutti i paesi del Veneto, si presentava dura e aspra. L’economia agricola forniva il minimo necessario: polenta, fagioli, vino, un po’ di verdura ma niente di più. Le donne, quasi ancora bambine, erano costrette a lasciare le loro famiglie per andare a servizio in città lontane, gli uomini scendevano nelle miniere della Francia, del Belgio, della Svizzera e, il più delle volte, ritornavano con la silicosi. E poi muratori, scalpellini, manovali sparsi anche loro per le strade del mondo. (…) A ferragosto si svolgeva la sagra con il chiosco dei vini, l’orchestrina, la banda e i fuochi artificiali. In quei brevi giorni arrivavano gli emigranti: appena il tempo di rivedere i loro cari, bere un’ombra con gli amici, dare uno sguardo alle natie montagne e poi via con le logore valigie ricolme di poche speranze e di tanta nostalgia".

1979-80-81

Così fino al 1979, copie della stessa foto. Nell’agosto del 1980 un gruppo di giovani pensa di esporre le proprie creazioni artistiche "occupando" il portico Zava in Piazza Roma: Roberto Fiorin con le sue ceramiche, Paola Roncato con dipinti su stoffa, Paola Casagrande e Lorella Bazzani con collane ed orecchini, Alfonso Munno con disegni e dipinti, Filippo Teggia con elaborazioni fotografiche, ed in più "La Bancarella" che propone libri di attualità e cultura. Contri-buiscono in modo determinante alla realizzazione di questa proto-mostra: Mario Sasso, Paola De Biasi, Francesco Moret e Luigi Floriani (Berto Menoti).

È da qui che parte tutto: questa la "pietra miliare", la primigenia di tutte le successive edizioni di "Artigianato Vivo". Di quella edizione "numero zero" rimane solo qualche foto, e come per ogni evento storico che si rispetti, sono foto rigorosamente sfocate ed in bianco e nero. Di lì ad un anno avviene il "parto" e nasce la "La Mostra dell’Artigianato Vivo": è la Biblioteca Comunale ad organizzarla dall’8 al 16 Agosto 1981.

Il nome della mostra parla da solo, la filosofia è quella di mostrare le fasi della creazione artistica, nel mentre l’opera si fa cosa viva nelle mani dell’artigiano. La manifestazione ha luogo presso le Ex Cantine Brandolini, un edificio del XVII secolo in pieno centro. La scelta cade su questi locali che due anni prima, in occasione della mostra fotografica "La Valmareno - Mezzo secolo d’immagine", erano stati puliti e recuperati dal Gruppo di Ricerca Fotografica ed ora erano nuovamente utilizzati, su proposta del neo-proprietario Paolo Nardo.

1981

Scrive Toni Basso sul Gazzettino del 8 Agosto 1981:

"Più che presentare i prodotti dell’artigianato superstite, gli organizzatori si sono impegnati con sapiente intuito, a rintracciare e convocare i testimoni di questa civiltà, come per un congresso dove i discorsi saranno (almeno una volta) sostituiti dal lavoro. Una settimana durante la quale sarà possibile ritrovare nelle antiche cantine dei Conti Brandolini, il sarto che taglia e confeziona il costume tradizionale della vallata, il ciabattino che fa le scarpe su misura, la donna che tesse le stoffe sul telaio, ricama o prepara nella casa con l’uncinetto o i ferri gli indumenti per la famiglia. E così saranno ricostruite "in essenziale" le botteghe del battirame che crea piatti e pentole, del bottaio, del ceramista che fa vasi e piatti, del fonditore di bronzo, del battitore di ferro, del sellaio che lavora il cuoio, e rivivranno le dimesse attività dell’"impajacareghe", del "cester". Ma la mostra non sarà soltanto una documentazione storica del passato, bensì una proposta per l’avvenire mostrando come possa innestarsi sull’antico ceppo della tradizione artigiana un interesse per oggetti e materie meno consuete come il costruttore di bambole, l’intagliatore di avori, il fabbricante di pennelli, la pittrice di stoffe, o il creatore di maschere (…)". E conclude quasi profetico: "Questa mostra che attinge a testimonianze artigianali di varia provenienza della Marca trevigiana, non mancherà di lasciare un segno nel cammino culturale della nostra terra per la documentazione che propone al pubblico tutore di questo patrimonio".

Se il "numero zero" aveva una chiara impronta di artigianato artistico, le prime quattro edizioni "numerate" scontano il peso della cultura nostalgica della fine degli anni ’70, in un mondo che era oramai definitivamente cambiato - e il Veneto stava appunto allora vivendo una trasformazione violenta e repentina - e quando era ormai chiaro, che non si sarebbe potuti tornare alla società rurale: si tendeva ad idealizzare quel passato e guardare indietro alle proprie radici cercando, in una sorta di accanimento terapeutico, di far rivivere quegli antichi mestieri , di far parlare e cantare gli antichi filò, di usare gli artigiani come in un museo della memoria, rivestendoli con gli abiti dei tempi andati. Elena Moret, Luisa Pasquetti, Carmen Floriani e Giola Da Soller sul periodico parrocchiale "La Squilla" nella primavera ’83 si fanno fedeli interpreti di questi sentimenti e di queste impressioni:

"Vivo perché l’artigianato valorizza un certo tipo di lavoro tradizionale scomparso per lasciare posto alla lavorazione industriale in serie e di solo valore consumistico. (…) Uno spazio è stato adibito alla suggestiva mostra del ricamo degli indumenti antichi propri della dote delle nostre nonne. È stato ricreato a proposito, in una delle serate di ferragosto, il filò con la voce viva di alcune donne del paese, che riproponevano canti popolari rievocanti la guerra, l’amore e il lavoro".

 il 4° anno


Ed ancora gli organizzatori sul primo depliant, quello del 4° anno annotano:

"È giusto però ricordare qui, quanto fu pagato dalla popolazione in termini di sacrifici e di emigrazione. È appunto per salvaguardare quanto è rimasto di quel che ci è stato tramandato che è nata quattro anni fa, l’esigenza di riunire alcuni artigiani in un luogo che è diventato poi la sede della Mostra di "Artigianato Vivo" (…) Collocandosi in un recupero di testimonianze del passato ed in una ricerca continua di nuove proposte capaci di stare al passo coi tempi, la Mostra vuol essere un tentativo di promozione del lavoro come possibilità di vita e del tramonto della fatica e della bravura mal compensate. Artigianato Vivo è appunto il nome che è stato voluto per una manifestazione capace di sottolineare il valore del lavoro".

Qualche venatura ideologica si fa strada; gli organizzatori delle prime quattro edizioni cadono così in una sorta di peccato originale, che ancor oggi sconta "Artigianato Vivo" se è vero, com’è vero, che le varie APT, ed oggi anche i siti Web, parlano ancora di "Artigianato Vivo" come di una mostra di "antichi mestieri" ed è innegabile che la manifestazione è stata anche questo, acquisendo via via un bisogno di rigore documentario.

In realtà fin dal 1985 gli organizzatori capiscono che il futuro non sta nei scivolosi sentieri della rievocazione nostalgica del passato, anche se spesso il visitatore si lascia inumidire l’occhio proprio da questo diffuso e rasserenante sentimento, proprio per tener banco al presente che fatica a capire e a fare proprio:

"Non una ricerca archeologica mirante a disseppellire reperti morti e fossilizzati, ma un’ansia di ritrovare valori e fonti di ispirazione e di vita; non una nostalgica riesumazione del passato, ma uno sforzo per dare spessore e pregnanza al presente: un amore e una fedeltà al lavoro manuale, all’intervento personale, alla quotidiana creatività per riscoprire umanità e speranza in un mondo spesso invischiato e tarlato di ripetitività, di profitto fine a se stesso, di alienazione. Sia per il visitatore come per l’artigiano espositore; si tratta - in fondo - di restare coinvolti nella medesima scommessa: verificare se per l’uomo d’oggi vi è ancora spazio per la bellezza, la creazione, il gioco, la fantasia, la gratuità". Sono parole che si commentano da sole: era sacro il fuoco che ardeva!

Se nel 1984, l’unico evento di contorno alla mostra, era stato un importantissimo incontro con il poeta Andrea Zanzotto sul tema "Artigianato e Mondo Contadino di Ieri e di Oggi", con il 1985 comincia a profilarsi in modo serio la vocazione didattica e documentaria della manifestazione: proiezione di filmati e diapositive, incontri con artigiani ed artisti come il maestro del ferro battuto Toni Benetton, questi i primi appuntamenti.

Già da tre anni la Confederazione Nazionale Artigianato sostiene la Rassegna e in quell’anno, nel 1986, "Artigianato Vivo" acquista un notevole spessore storico nell’ambito di:

"una ricerca stimolante e fascinosa delle proprie radici, un riportare alla luce scintille di storia passata per illuminare e interpretare la presente, un viaggio aperto non solo a ricercatori, studiosi e storici ma a tutti quanti hanno la passione e la curiosità della conoscenza". Le riserve di retorica non finiscono mai… bisogna pur consumarla.

Infatti, vengono allestite due mostre documentarie, una sui ritrovamenti archeologici in "Castelaz di Valmareno" a cura del Gruppo Archeologico del Cenedese, l’altra su "Artigianato nella Valmareno nei secoli XVI-XVIII" curata da Danilo Gasparini. Si tengono, inoltre, tre conferenze di interesse storico ed artistico. La mostra diventa quello che poi sarà: una comoda e spaziosa scatola da riempire di tutto e di più.

1986

Gli organizzatori cominciano ad interrogarsi su questioni di più ampio respiro; su "La Squilla" dell’ottobre 1986 Costantino Salton scrive:

"La mostra fotografica, sulla presenza dell’artigianato nella Valmareno nei secoli passati, non è solo una ricerca e una testimonianza di ciò che fu, ma è soprattutto uno stimolo e una provocazione per far capire cosa potrebbe essere la nostra zona (la pedemontana) con una valorizzazione piena delle potenzialità dell’artigianato. E qui il discorso viene aperto in modo particolare con i responsabili, con i politici, con le autorità, con le amministrazioni locali: quest’anno, per la prima volta sono stati ufficialmente invitati , - si affezioneranno all’appuntamento… è pur sempre una vetrinetta - partecipando con simpatia e interessamento, nella speranza che poi vi siano ulteriori passi più mirati e più concreti. In questo impegno collettivo è in gioco anche il nostro futuro: non per nulla si è cercato di coinvolgere (con disegni e ricerche) gli alunni delle elementari sul tema e le problematiche dell’artigianato: quali soluzioni occupazionali e quali scelte di vita si stanno preparando per loro?".

1987

 

Verso il 1987 tra i Cisonesi, che prima non avevano mai visto tanta gente in paese, soffia uno zeffiro di malinconia, una volta passato il Ferragosto, cominciano a sentirsi abbandonati, si interrogano perfino sullo stato di salute di Cison e cresce in loro la voglia di creare qualcosa di permanente, che faccia vivere la comunità in tutti i giorni dell’anno. Su "La Squilla" dell’ottobre 1987 Elena Moret riflette così:

"Trascorsa la settimana di Ferragosto e così svanita l’euforia dei festeggiamenti, il paese sembra assopirsi, quasi vorrei dire lasciarsi andare a una volontaria indifferenza. Non a torto di recente, mi è venuto tra le mani il foglietto de "Al Mazarol" e ho presente tra le altre cose la vignetta che mostra la piazza del dopo ferragosto. Beh, questa sensazione io l’ho provata lunedì 17 agosto, passandovi per caso e vi dico sinceramente d’aver provato una stretta al cuore. (…) non aspettiamo il prossimo ferragosto per farci vedere tutti in piazza!! (…) Ma, ci sarà stato certamente quel tale che entrando a Cison avrà detto: "Mi sembra di stare in un paese morto". Forse quello ha veramente ragione…".

La vena di mestizia è aperta, tanto che sullo stesso tono dimesso è la presentazione dell’Ottava edizione di "Artigianato Vivo":

"Nessuno sette anni fa avrebbe saputo prevedere un successo e un seguito così lusinghiero che sarebbe toccato a questa manifestazione. E tuttavia non è questo il momento per indulgere a retorica e compiacenza. Otto edizioni di una iniziativa a un certo punto possono anche diventare abitudine e routine, una realtà che rischia di perdere in se stessa la freschezza originaria se non sa rinnovarsi continuamente; e nello stesso tempo perdere da parte dei fruitori il senso della sorpresa e della scoperta, quasi fosse una cosa tradizionale (nel senso peggiore del termine), scontata e quasi dovuta. L’impegno e l’entusiasmo dei promotori esauriscono la loro carica se non avvengono trasfusioni di nuove energie e di nuove inventive; e nello stesso tempo i visitatori si fanno sempre più critici e sofistici man mano che aumenta la loro passività e diminuisce il loro coinvolgimento. Per questo è giusto porsi con assoluta franchezza l’interrogativo: l’artigianato vivo è sul serio ancora vivo, o non rischia la paralisi, l’asfissia, la morte? Un rischio ancora più micidiale nasce dall’incuria, dal disinteresse e dall’indifferenza da parte proprio di coloro che per ufficio e posto occupati son delegati in prima persona a promuovere, a incoraggiare e a creare le condizioni reali affinché simili iniziative non caschino in un deserto, non trovino il loro habitat per crescere e svilupparsi. L’artigianato non è fumo da buttare sugli occhi degli elettori, né grosse parole con cui riempirsi la bocca nei discorsi ufficiali. L’artigianato è una scelta di vita (sic!) che porta valori di creatività a tutta la collettività; è una realtà viva di cui tutti abbiamo bisogno per sentirci ed essere più vivi e più liberi; proprio per questo deve essere sostenuto da tutti i supporti logistici, economici politici per cui possa incrementarsi in una comunità. E la comunità di Cison di Valmarino, in particolare, avrebbe tutte le carte in regola per poter essere stabilmente e non solo una volta all’anno, un centro vitale di artigianato (come, d’altra parte - e il discorso è strettamente connesso - avrebbe tutte le attitudini per essere centro vitale di turismo); sia per la tradizione storica, sia per condizioni geografiche, sia per predisposizione mentale. Ma può succedere che certe occasioni favorevoli non si sappia (o non si voglia) coglierle al volo e sfruttarle; può succedere che certe condizioni opportune non si ripetano più sia per miopia e le colpevoli inadempienze degli amministratori, sia per la pigrizia e il menefreghismo degli amministrati: e allora tutti ne usciranno impoveriti e sconfitti. In questo caso non sarebbe l’artigianato a morire (poiché l’artigianato è una realtà che sa rigermogliare in altri spazi e in altre condizioni); saremmo noi a morire dentro per aver accettato - più o meno supinamente - di perdere gli stimoli e le ricchezze che esso poteva offrirci per la nostra crescita." Ci scusiamo per la lunga citazione, ma dentro ci sono tutti i problemi mai risolti, le speranze, la carica ideale, le illusioni e le delusioni, le frustrazioni che ancor oggi accompagnano la mostra.

1989

Nel Marzo 1989 Elena Gazzarin sul periodico "Paesi Insieme" spiega meglio il perché di tanto pessimismo:

"Quest’ottava edizione non sembra discostarsi molto dalle precedenti edizioni anche se per la prima volta la sua programmazione è stata messa in dubbio. Lo strascico fortemente polemico che ha accompagnato questa edizione è legato ad una questione di principio, ad un problema di non semplice soluzione.(…) nel corso degli anni la Mostra dell’Artigianato Vivo ha raggiunto successi insperati, impensabili all’inizio, riscontrabili nel continuo aumento dell’affluenza di pubblico e nei consensi della critica. (…) Nulla si è fatto in questi anni per dare il via ad una scuola di artigianato, nessuno si è sentito in dovere di promuovere una iniziativa di qualsiasi tipo per valorizzare questo settore. La mostra insomma è rimasta fine a se stessa. Pur all’apice del successo, ora come ora è una passerella, bella fin che si vuole da tirare fuori una settimana all’anno e poi non se ne parla più fino alla successiva edizione. I politici che sono passati per la Mostra o per l’apertura ufficiale o da semplici visitatori, non hanno fatto nulla di concreto a favore dell’artigianato. Anche per questo motivo i locali dove la manifestazione era solita svolgersi quest’anno non potevano essere concessi in uso. L’organizzazione, la Pro loco di Cison di Valmarino, si è trovata di fronte a due possibilità: o spostare la mostra altrove, o perorare la causa che era all’origine del nascere della manifestazione e quindi lasciar morire l’iniziativa. Di fronte a queste scelte che in ogni caso avrebbero provocato malcontento, si è raggiunto un compromesso. La mostra è stata fatta ma con toni meno ufficiali e rombanti."

Questi contraddizioni vengono rese pubbliche dagli organizzatori in quella sorta di confessione corale che diventa la presentazione della "IXa Rassegna":

"Nonostante le incertezze e le difficoltà che ne hanno accompagnato la preparazione, è arrivata anche la presente edizione della Mostra dell’Artigianato Vivo. Alla fine, è prevalsa la convinzione che non si potevano deludere le attese e le domande di tanta gente che in questi anni aveva apprezzato questa iniziativa. D’altro canto, è obbligatorio pure prendere atto che sul tappeto restano aperti, se non aggravati, i problemi di fondo:

- I problemi logistici di una sede adeguata (possibilmente pubblica) e stabile anche in prospettiva futura;

- I problemi organizzativi con il grave impegno di fantasia e di preparazione che una simile manifestazione richiede;

- La volontà politica di farsi carico concretamente dello sviluppo e della valorizzazione dell’artigianato;

- I problemi interni alla formula stessa della mostra, bisognosa di nuove soluzioni e di nuovi apporti.

Sono tutte questioni che non si possono eludere o rinviare se realmente si vogliono trovare soluzioni valide".

La schiettezza con la quale avviene questa confessione coram populo sta a sottolineare il rapporto profondo instauratasi oramai fra organizzatori e pubblico. La partecipazione attiva dei visitatori, come attori fondamentali della manifestazione, trova in queste parole una consacrata certificazione.

1990

Nel 1990 la rassegna tenta un rilancio, qualcosa è cambiato anche nel "Palazzo", le elezioni amministrative hanno portato al governo del comune una Lista Civica; sono gli anni in cui in tutta Italia andava disgregandosi il sistema dei partiti ed anche Cison partecipa della "rivoluzione". Nella presentazione della Xa rassegna ritornano i toni ideologici che esaltano la "funzione politica e sociale" della manifestazione, sottraendola dalle polemiche di piccolo cabotaggio politico che avevano dominato negli anni precedenti.

Scrivono gli organizzatori:

"L’avvento dell’Industria, con la forza e la portata della sua violenza, ha sostituito la spontaneità di un rapporto di dominio con la materia e la forma, molto più umano, meno programmato, ma più ingegnosamente creativo perché suscitato dalla necessità del momento. Anche il nostro Paese per essere al passo con le altre Nazioni, ha percorso il cammino dell’industrializzazione, pagando un alto contributo sul piano umano e culturale con l’emigrazione e lo sradicamento. È auspicabile pertanto il ritorno del lavoro verso le caratteristiche che sono state tipiche dell’artigianato, incanalando il progetto economico sulla strada della professionalità e dell’intelligenza creativa sì, ma anche di un rapporto più umano con il lavoro. Artigianato Vivo di Cison di Valmarino, vuol sottolineare e dar risalto ancora una volta al profondo rapporto tra necessità, ingegno e capacità progettuale e creativa. Quella di Artigianato Vivo è una proposta insieme culturale, sociale, politica, che si prefigge l’ambiziosa meta di veicolo di conoscenza vera e profonda della Storia, delle sue radici, il suo futuro. Dieci anni per tener viva la tradizione, per essere testimoni del proprio tempo, ma soprattutto per alimentare la speranza di un rapporto col lavoro a misura d’uomo, anche laddove i ritmi di vita fossero restii a consentirlo".

Il decennale ridà respiro alla mostra: in questa prospettiva, la Rassegna vuole fare "Politica" nella accezione più nobile del termine, nel senso di una costruzione civica degli individui, un’educazione al "sentire" e al "conoscere". In uno spazio espositivo sono presenti documenti e libri a carattere locale, indispensabili strumenti di apprendimento della propria identità culturale. Sabato 11 Agosto 1990 si svolge, inoltre, un importante seminario su "Artigianato e Cultura del "Recupero"", coordinato dal Presidente della Pro Loco Raffaele Salton, alla presenza di Architetti ed Urbanisti e del sindaco Brandolino Brandolini D’Adda: vengono discusse problematiche connesse alle risorse dell’archeologia industriale e proposte per la creazione di un nuovo rapporto tra territorio, scuola e mondo imprenditoriale. Insomma il cantiere si è rimesso in moto.

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