IL PROGETTO

 

Inizialmente lo scopo del lavoro è stato quello di indagare il settore tessile laniero nell’ambito della promozione conferitagli dalla famiglia giurisdicente dei conti Brandolini

In seguito, i riferimenti al contesto socio-economico della vallata presenti all’interno della documentazione, nonché gli accenni alle direttrici di traffico dei prodotti lanieri e alla presenza in contea di dinamici imprenditori operanti nel settore, mi hanno fatto pensare all’opportunità di allargare la ricerca al fine di meglio contestualizzare l’attività della famiglia signorile e di pervenire a delle conoscenze rispetto a quello che dai documenti sembrava configurarsi come il nucleo laniero più importante: il villaggio di Follina.

    In seguito la ricerca, che inizialmente prevedeva lo spoglio della documentazione conservata presso l’Archivio privato Brandolini a Cison di Valmareno, si è spostata poi presso gli Archivi di Stato di Treviso e di Venezia. Nell’inverno 1995-‘96 il ritorno a Treviso ha permesso di indagare ulteriormente parte della documentazione del fondo «Contea di Cison» e diversi protocolli notarili, arricchendo in tal modo il quadro delle attività e de’la vita dei soggetti economici.  

 

LE FONTI

 

Molti dei documenti esaminati risultano inediti. Presso l’Archivio Brandolini ho consultato in particolare la serie dei «Libri operaij»; si tratta di nove voluminosi registri che abbracciano il periodo 1678-1734 e che riportano le partite in «Dare» e «Avere» di salariati, artigiani e braccianti, che lavoravano per la famiglia-signorile. Tra tutti, il libro degli anni 1678-79, si distingue per il numero e l’importanza degli accordi di lavoro praticati tra l’agente della famiglia e le diverse figure di lavoranti; non mancano interessanti descrizioni dei luoghi fisici di lavoro dell’epoca. E risultato utile, inoltre, consultare il fascicolo dei «Conti della seda» che documenta, per gli anni che vanno dal 1694 al ‘98, spese, guadagni e ricavi risultanti dall’attività serica, dall’acquisto dei bozzoli fino alla vendita della seta greggia.  

Il  «Volume per mandar pecore e armente in montagna e socede» ha permesso di seguire per un decennio la gestione del patrimonio zootecnico dell’azienda signorile. Altro materiale sarebbe stato utile, come le «Carte circa panni e filati... 1539-1736» o il «Libro del follo da panni 1667»; purtroppo questi documenti assieme a molti altri, che risultavano segnalati nell’inventano Giorno del 1878, andarono dispersi o distrutti in seguito alle vicende della prima guerra mondiale. In tale archivio ho potuto consultare alcuni documenti comprovanti gli interessi imprenditoriali del conte Guido VIII Brandolini nei settori tessile, ediizio e minerario. Presso l’Archivio di Stato di Treviso ho esaminato alcuni fascicoli facenti parte dell’archivio comunitario della contea; questo, comprendente 450 buste, raccoglie le scritture che documentano in sequenza temporale l’attività di governo sia del podestà, eletto dai conti, sia dei funzionari e delle istituzioni deputate al governo comunitario delle «dodici ville» facenti parte del distretto feudale. I volumi dei diversi reggimenti podestarili raccolgono inoltre i fascicoli processuali relativi alle cause, sia di argomento civile che criminale, oggetto di giudizio da parte del podestà. Vi sono raccolti anche gli atti risultato del governo stesso della contea: censimenti, frammenti d’estimo, proclami, elenchi dei «fornelli da seda», note sui raccolti. Questo materiale ha permesso di allargare la ricerca e di individuare dei filoni di indagine relativi allo sviluppo di un polo laniero non solo a Follina, ma anche a Pieve di Soligo e in altre località della contea. Soprattutto alcuni fascicoli processuali, attraverso l’esame delle deposizioni dei testimoni, hanno permesso di risalire ad aspetti sociali e tecnico-produttivi importanti.

    Dai protocolli notarili ho rilevato notizie biografiche su alcuni imprenditori operanti in contea nel Sei e Settecento e questo ha consentito di coglierne meglio l’incidenza nel contesto comunitario.

    Dal fondo «Corporazioni religiose soppresse», che raccoglie la documentazione di monasteri e conventi, ho cercato di capire in quale misura l’Abbazia di Follina avesse promosso l’attività laniera e con quali compiti fossero presenti membri del ceto mercantile all’interno delle istituzioni religioso-assistenziali da essa patrocinate. Alcune mappe di Follina hanno permesso di evidenziare e collocare i nuclei produttivi e gli opifici. Presso l’Archivio di Stato di Venezia ho consultato il fondo dei «V Savi alla Mercanzia»; spettando a tale magistratura il controllo della produzione artigianale e industriale della Terraferma anche attraverso la facoltà di concedere privilegi, è stato possibile inserire le attività produttive oggetto d’indagine in un contesto normativo politico-economico e congiunturale più ampio. Una fonte medita interessante è risultata la mappa dello stabile in cui avevano sede i locali della manifattura Colles a Follina, datata 15 ottobre 1890, gentilmente concessami in visione dalla signora Rusca Barberis.

    La bibliografia consultata ha riguardato le realtà laniere della Terraferma veneta, la problematica sulla protoindustria e quella relativa all’evoluzione del settore laniero nel più ampio contesto dello stato veneto.  

 

L’AMBIENTE E LA SOCIETÀ

Tra i fattori che contribuirono al sorgere dell’industria laniera a Follina vi era l’abbondanza dell’energia idrica fornita dagli affluenti del Soligo; tra questi il Ruio di Cison, il Ruio di Maren, il torrente Follina e il Ruio di Miane fornirono per secoli la forza motrice alle ruote di numerosi folli, mulini da grano, segherie e magli. Per tutto il ‘700 e nei decenni seguenti Follina dovette il suo sviluppo al razionale sfruttamento delle proprie risorse idriche.

 Era quanto il tecnico inglese Thomas Bamford riconosceva in una relazione del 1784 inviata alle magistrature veneziane dopo un’ispezione sul locale lanificio: «Non è senza ragione che questa terra della Follina sia stata florida nelle manifatture de’ panni e grandiosissimi li suoi lavori. Io non conosco situazione di luogo e abilità di persone più adatta a condurre al più perfetto innalzamento ogni e qualunque manifattura e fabbricazione di lanificio. Questa terra è situata in una valle chiamata Valle di Maren. Tiene una sorgente d’acqua pura e limpida che ne forma una corrente sempre perenne, necessaria tanto al lavar le lane e panni ; la popolazione del luogo è composta li quattro quinti da famiglie esercitate nel lanificio, il sostentamento delle quali deriva dal mestiere di lavorar panni quintali). [...]». L’importanza economica del locale torrente, le cui acque dal regime costante non gelavano mai, emerge da una mappa del settembre 1711; lungo il torrente sono presenti numerosi opifici: il mulino, la tintoria e il follo del canonico Giera e inoltre il il mulino di Francesco Fadda, fondatore del principale nucleo di produzione laniera. A ovest dell’abitato scorrevano il Ruio di Miane e il torrente San Tomaso, questo ultimo soggetto a opere di contenimento, date le frequenti piene, da parte della famiglia Savoini nel corso del ‘600. Le piene, che interessarono spesso anche il Soligo, indicavano uno stato di degrado del territorio a causa del disboscamento operato dalle popolazioni; il legname infatti, oltre che agli usi domestici, era necessario alle imprese artigianali e manifatturiere per ricavare energia.

    In più occasioni gli imprenditori locali intervennero per la sistemazione degli alvei o l’apertura di canali, mentre la pubblicazione di proclami mirava a salvaguardare i letti dei torrenti dal prelievo di sassi o da gravi azioni di inquinamento, come lo sciacquare panni tinti o scaricare «bigatti». Altro fattore che favorì lo sviluppo in senso industriale di Follina fu la crescente disponibilità di una manodopera eccedente i bisogni dell’agricoltura. La parte pianeggiante coltivata a cereali, ai primi dell’ottocento, si estendeva solo per tre miglia quadrate sulle ventidue complessive di territorio (circa nove chilometri quadrati su 66,5), mentre la fascia collinare era coltivata a vite. La scarsità del terreno arativo determinava l’insufficienza alimentare della valle, cui si cercava di ovviare, quando era possibile, con l’importazione di «grani» dai territori esterni. Ciò accadde a più riprese nel corso del ‘600 e del ‘700, come testimoniarono i rettori veneti operanti nel trevigiano, allorché si succedevano con frequenza annate di carestia e di conseguente aumento dei prezzi.

    Verso la metà del ‘600 la recessione agricola che colpì le campagne europee ebbe in questa zona riflessi drammatici, come si può evincere dagli atti dei podestà della contea attestanti la necessità di importazione di «formenti» per far fronte alla gravità della penuria alimentare, tanto più preoccupante se si pensa che negli anni di maggiore abbondanza i cereali prodotti non bastavano nemmeno per sei mesi a coprire il fabbisogno della popolazione. Mercanti facoltosi che fin dalla seconda metà del ‘500 si erano distinti nell’importazione da Venezia di grandi quantità di cereali erano i Savoini (11537 staia dal 1575 al 1642, pari a 8335, 48)

    La loro ricchezza fondiaria era dovuta per lo più all’incameramento e all’accorpamento di piccoli fondi che i contadini erano costretti a cedere a causa dei debiti contratti; essi infatti, nei periodi di scarso raccolto, erano spinti a comprare a credito i cereali necessari a superare i momenti di crisi, ma il più delle volte, alla scadenza dei termini di pagamento, non erano in grado di farvi fronte.

    Non mancava inoltre la speculazione di chi investiva capitali nell’acquisto di cereali al tempo del raccolto e al prezzo normale di mercato per rivenderli nelle annate di maggiore crisi a prezzi notevolmente superiori.

    Nel ‘600, oltre ai Savoini, altre famiglie investivano in ambito fondiario e mercantile: erano i Noale, i Broleo, i Recchia, i Ciassi, i Bonaldi, cui era riconosciuto un privilegium civitatis che consentiva l’esenzione da obblighi di natura feudale, gravanti invece sul resto della popolazione. I loro arricchimenti, mediante espropri a danno della piccola proprietà contadina, coincidevano con gli anni di maggiore crisi. Accanto a questo ceto, mercantile e terriero, il cui peso si faceva sentire all’interno delle istituzioni politiche comunitarie, vi era una variegata e significativa componente artigianale, in particolare nel settore tessile.

    Confrontando il censimento del 1646 con quello del 1744 si nota l’evolversi della attività tessile in tutto il territorio e, in particolare, a Follina; la presenza crescente di «lavoranti di lana», «tessari», «tintori», «petenari», «cimadori» e «mercanti», dà conto della completezza del ciclo lavorativo.

    Questo contesto, dunque, povero di risorse agricole, ma ricco di opportunità alternative dovute all’iniziativa di imprenditori locali ed esterni, favorì lo sviluppo demografico della zona, così come accadeva in generale nelle regioni manifatturiere europee. In un secolo e mezzo (1649-1802) gli abitanti della contea passarono da 6055 a 8388, con una punta di 8744 nel 1740, rispecchiando la tendenza in atto nel trevigiano, dovuta, secondo lo studioso Daniele Beltrami, in questa come in altre province venete e, in particolare, nelle fasce montuose, al «palese influsso esercitato dal sorgere delle manifatture che, introdottesi intorno alla metà del secolo, avevano richiamato forza di lavoro e capitali».

    In effetti, la spinta decisiva al decollo dell’industria laniera nella Terraferma veneta e soprattutto nelle aree rurali, va vista all’interno di quel quadro più ampio di possibilità e di opportunità che si offrivano ai mercanti imprenditori desiderosi di trasferire i loro interessi e capitali dai centri urbani alle campagne. Il protezionismo attuato dalla Repubblica di Venezia nei confronti dei propri prodotti in lana e seta e la rigidità del sistema corporativo che comprimeva le attività manifatturiere delle città di Terraferma, ne avevano determinato, sin dalla metà del XVI secolo, il graduale dedino e lo spopolamento, a vantaggio del territorio circostante. La crisi delle manifatture delle città, fondate su strutture di tipo corporativo, culminò in coincidenza della peste del 1630 e interessò ampiamente il trevigiano: alla crisi dei lanifici di Treviso, Feltre, Belluno, fece riscontro l’ascesa economica edemografica dei centri lanieri rurali collocati lungo la fascia pedemontana, da Bassano, Asolo, Crespano, fino a Follina, Ceneda e Serravalle.

    Già nei secoli precedenti il governo veneziano era intervenuto con due atti fondamentali ad esprimersi in favore dei lavoratori lanieri rurali del trevigiano contro le proteste dell’Arte della lana della città di Treviso, permettendo loro libertà di lavoro nei luoghi in cui risiedevano, nel rispetto delle antiche consuetudini. Si trattava della lettera ducale del 1454 del doge Francesco Foscari e della sentenza del 1519 del doge Loredan.

    A Follina, dunque, l’inserimento di imprenditori esterni al territorio della contea, avveniva in un ambiente pronto ad accogliere le nuove iniziative; fin dal Medioevo la Valmareno produceva pannilana diretti al mercato trevigiano, mentre già attorno alla metà del ‘600 i mercanti Savoini, avvalendosi del lavoro a domicilio, accentravano in nuclei produttivi propri alcune fasi della produzione e provvedevano alla vendita attraverso proprie botteghe.

    Infine non va dimenticato il ruolo assunto dalla famiglia Brandolini che nel valorizzare le capacità artigianali promosse e sviluppò, in ambito tessile, importanti rapporti commerciali col bellunese e il trevigiano, spingendosi fino al Friuli e alla stessa Venezia. Interessante è parso il tentativo di introdurre, attorno agli anno ‘20 del Settecento, la produzione di tessuti di qualità imitativi delle tipologie tessili straniere, conformemente a quanto avveniva nel territorio della Repubblica e, in particolare, nella vicina Follina.

    In tale contesto che vedeva il coniugarsi di risorse umane e competenze professionali, si situarono con successo le iniziative di Francesco Fadda, Pietro Comans, Lambert de Micheroux, associati talvolta a imprenditori locali e continuate in seguito da altri “tecnici” stranieri in società col nobile veneziano Nicolò Tron, figura centrale, a metà ‘700, nel finanziare la maggiore impresa follinese di tessuti pregiati d’imitazione estera.