IL PROGETTO E LE FONTI  

 

Gli  anni passano...

  Riprendere in mano vent’anni dopo la propria tesi di laurea è un gesto a rischio e pericoloso, per tanti versi. Innanzi tutto è una dolorosa presa di coscienza anagrafica, le morte stagioni, ma questo è il meno; la faccenda è che ritornano alla mente speranze, piani e progetti, entusiasmi, “furori” e passioni, ingenuità ... il tutto da confrontare con “la presente e viva”, stagione. Questo per avvertire che non sarà facile riproporre il percorso fatto allora senza che si percepisca tra le righe qualche compiaciuta e autoironica assoluzione di peccati di gioventù.

Il progetto e le fonti

In ritardo con gli anni, faccende autobiografiche, guidato da quel gran maestro che è Marino Berengo, attraverso ripetute visite in Archivio di Stato di Treviso, vennero valutate diverse ipotesi di ricerca. Partiti con l’idea di fare una tesi di storia agraria, su fonti soprattutto monastiche, in particolare Abbazia di Follina, si decise di tracciare un quadro della vita sociale del feudo Brandolini partendo dallo spoglio di due notai di Cison: Paolo Zambaldi e Domenico Mellere, per un periodo a cavallo tra ‘600 e ‘700. La raccolta fu ottima e abbondante, come capita quando si usano queste fonti, salvo poi curiosare nel fondo della “Contea di Cison”, ivi depositato e ricco di 450 buste “piene” di tutta la vita politico-istituzionale, socio-economica e giudiziaria della Contea dal ‘500 al ‘700. Le carte dell’Abbazia di Follina completarono la ricerca. Nel corso delle quotidiane incursioni buttammo l’occhio, per pura curiosità, su di un volume che il personale di allora teneva in entrata come “arredo”: ad un attento esame si rivelò essere il libro dei disegni, di indubbia suggestione, dei beni della famiglia Brandolini, elaborato a fine ‘600 da due periti vicentini in occasione del rinnovo di un estimo.

A Venezia la ricerca continuò con lo spoglio di due fondi in particolare: quello dei “Provveditori sopra feudi” e l’altro dei “Provveditori sopra beni comunali”, con la ricca cartografia prodotta. Grazie poi alla disponibilità e alla cortesia del conte Brandolino Brandolini D’Adda ci fu data la possibilità di consultare le carte di famiglia, soprattutto i documenti di amministrazione e quel straordinario volume curato dal podestà Sebastian Bonaldi, il “Protocollo circa il governo della giurisdizione”, una sorta di summa che raccoglie tutte le norme, compresi gli statuti, gli ordini, i proclami, le terminazio­ni che nel corso dei secoli hanno costruito l’insieme delle magistrature e delle istituzioni che hanno governato la Contea.

Insomma, tanta roba, troppa grazia. Alla fine di due anni di ricerca, questo l’indice sommario della tesi, a cui era allegato anche un lezioso atlante cartografico e fotografico, indice organizzato in quattro capitoli, così articolati:

   I° il feudo: la sua organizzazione, come risultato dinamico e secolare di una continua e complessa gestione del potere in dialettico rapporto con le magistrature veneziane e in conflitto, spesso, con la città di Treviso;

   II° il governo comunitario: la contrastata costruzione di una struttura parallela al governo signorile, momento di sintesi e di massima coalizzazione degli interessi dei dodici villaggi che costituivano la Valmareno;

   III° il governo dei comuni e la difesa dei beni comunali: il governo “comunista” della vita sociale e amministrativa a livello di singola “villa” sulla base della gestione del sostanzioso patrimonio di boschi e pascoli comunali;

   lV° il patrimonio feudale: un’analisi di tutto quanto sostanziava l’investitura, sia di quello legato al privilegio, sia quanto accumulato nel corso dei secoli con attività di investimento e di diversificazione delle attività.

Insomma alla fine della fatica eravamo anche soddisfatti: poco mancò che ci scappasse un autocompiaciuto: “puito. . ciò”.

Nello stesso tempo era chiara la sensazione che molto altro c’era da fare, in termini di ricerca, vista, da una parte la ricchezza della documentazione conservata, dall’altra la vivacità sociale ed economica della Contea di Valmareno.

E in effetti le ricerche proseguirono, negli anni successivi, e continuano tuttora, per temi, per segmenti, per episodi, per pruriti storiografici. C’è insomma ancora una buona dose di piacere in questo mestiere, meglio approfittarne.

Cercheremo, in questa sede, di dar conto succintamente, com’è nello spirito della collana, dei risultati di quella ricerca, certamente conoscendo, ora, molte cose che allora avevamo solo intuito.